Qualche cenno storico su Rimini e sulla Barafonda tratto da “BARAFONDA” di Guido Lucchini (1996)

 

Anticamente, questa parte di litorale era devastato dalle frequenti alluvioni provocate dalle piene del fiume Marecchia. Di conseguenza, i terreni in questione, erano paludosi ed inabitabili. Si dice che il nome Barafonda sia legato alla bara del Santo Giuliano ritrovata sulla battigia del mare (forse fra Rivabella e Viserba). Bara, si dice, che non si poté rimuovere nemmeno con l’aiuto di buoi.

Solo con un paio di vitelli giovani fu possibile trascinarla verso l’interno; ad un certo punto i vitelli si fermarono, e da lì la bara non si mosse più. In quel sito sgorgò una fonte d’acqua finissima, la Sacramora (Sacra dimora).

A parte la fonte forse il resto è solo leggenda; niente a che fare con la Barafonda. Ma torniamo al Marecchia, anticamente chiamato Ariminum.

Sempre per le grandi alluvioni l’alveo di questo fiume, cambiava di volta in volta; così pure il corso delle acque, straripando e rompendo, ad ogni piena gli argini. Nell’Agenda Storica di Rimini 1996, a cura di Angelo Turchini, si dà menzione che nel X secolo il Marecchia ruppe la propria sponda a circa quattro miglia dalla città, in prossimità della chiesa di San Martino. Da qui il vocabolo di “Ripa rupta” (San Martino in Riparotta). In seguito alla rottura dell’argine a San Martino, il fiume puntò dritto verso il mare, andando a sfociare sulla spiaggia di Viserba (“Viserba… e Viserba”, Luisè Editore). Ma con il trascorrere dei secoli, il Marecchia è tornato nel suo alveo originale, quello cioè che conduceva il fiume verso la sua foce attuale e precisamente dov’è oggi il porto della città di Rimini. Intanto a partire dal IX secolo, la zona incominciò ad essere abitata e coltivata (“Viserba… e Viserba”); i terreni cominciarono a solidificarsi e divennero adatti alla praticabilità e la palude iniziò ritirarsi sempre più.

Cosi, secolo dopo secolo, arriviamo ai nostri tempi. Sul finire dell’ottocento, anche i terreni della zona a ridosso del porto di Rimini si erano resi adatti alla coltivazione di cereali e di ortaggi. Queste almeno sono le testimonianze tramandate e raccontatemi dai più anziani della zona; tra questi Renato Ranchi, appartenente ad una delle prime famiglie che abitarono il posto. Constatando l’ambiente acquitrinoso che avevano ancora attorno, la zona venne definita come una “bara”, una bara che affondava.

Così, per giungere al nomignolo “Barafonda”, probabilmente il passo fu breve. E da quei tempi lontani il nome Barafonda si affermò. Sembra che le prime famiglie abitanti la “Barafonda” fossero: “I Pignata” (Balducci), “I Filiziuli” (Ceccetti), “I Talamèl” (Franchini), “I Sapegna” (Sapigni), “I’Aglin” (Morri), “I Bòot” (Maggioli).

Si ricorda “Fin ad Bòot”, antifascista, emigrato in America per ragioni politiche lasciando a casa la fidanzata in stato interessante. Nacque una bimba cui fu dato il nome di America, come speranza per raggiungere il padre in quelle terre oltre l’Atlantico. Di lui, all’infuori di qualche lettera, non si seppe più nulla. Con il passare degli anni, la Barafonda si popolò sempre più, le generazioni si susseguirono le une alle altre. Alluvioni, terremoti, la prima guerra mondiale, la spagnola (epidemia influenzale che colpì molta gente), il regime fascista, l’anno del “nevone” (1929).

Nel 1938 mio padre acquistò una casetta di un piano, in via Di Miniello; prima si abitava in via C. Zavagli. Così, nel mio nuovo domicilio, mi feci tanti amici; imparai a conoscere la gente. Gente alla buona: artigiani, braccianti, pescatori, carrettai, ferrovieri; gente modesta e lavoratori, non troppo povera e nemmeno molto ricca, e tutto ciò vicino ad un mare dolce, amico, come una madre che ci accoglieva nel suo grembo, avvolgendoci con il suo lenzuolo azzurro…